non c’è resistenza senza amore. non c’è un senso del sacrificio fuori della speranza. che sia negli uomini, in dio, in un solo essere umano. non si va alla resistenza per fuggire, si lotta per restare a chi si ama.
non c’è resistenza senza amore. non c’è un senso del sacrificio fuori della speranza. che sia negli uomini, in dio, in un solo essere umano. non si va alla resistenza per fuggire, si lotta per restare a chi si ama.
I wrestled long with my youth/ We tried so hard to live in the truth/ But do not tell me all is fine/ When I lose my head, I lose my spine/ So leave that click in my head/ And I won’t remember the words that you said/ You brought me out from the cold/ Now, how I long, how I long to grow old. (pop, 2012)
uno va fiero e spedito sul cavallo di razza delle proprie idee, che neanche seneca si troverebbe così comodo dentro una virtù vuota. l’altro incastrato sul cavallo impalato di una giostra, che gira sopra la stessa piazza, con la fatica che aumenta per l’attrito e perchè la giostra va pagata. e si sa dall’inizio che sarà un conto da estinguere, e che estinguere è la parola più adatta. quello sul cavallo vive dentro una verità che si sostiene da sè, che è piacevole e non ha bisogno di chiamare qualcosa da fuori – nè da dentro. quello sulla giostra si è trovato là per sbaglio, un altro l’ha invitato tanto caramente a salire e non ha saputo più scendere. aveva mal di testa già al primo giro, ma la chiamava estasi. la giostra andava ed era una meraviglia di quelle antiche e insieme senza tempo. si scoprì poi che quello sul cavallo in realtà non stava invitando nessuno sulla giostra, che aveva soltanto indicato la giostra per dire ‘vedi, io ho un cavallo vero, vuoi provare com’è andarci?’. aveva appena accennato a salire sul cavallino di legno, a giostra spenta, senza pagare, con quello vero in mente. aspettava soltanto il prossimo giovedì. e intanto l’altro si era tanto innamorato della forma del cavallo che non è voluto più scendere. un cavallo vero, lo sapevano entrambi, non l’avrebbe mai avuto. ancora gira. prima o poi al giostraio verrà fame e sarà invitato a scendere. e pagare, non c’è altro.
“Ma in società io sono fuori posto…Non lo dico per amor proprio…Ci ho riflettuto per tutti questi tre giorni, e ho deciso che dovevo assolutamente informarvene sinceramente e onestamente alla prima occasione. Ci sono certe idee, delle idee elevate, sulle quali io non posso permettermi di cominciare a discorrere, giacché mi rendo immancabilmente ridicolo davanti a tutti: poco fa lo stesso principe Šč. Me l’ha ricordato…Non ho né il giusto modo di fare, né il senso della misura; mi vengono alle labbra parole inadatte, che non corrispondono al pensiero, e ciò non fa che mortificare quelle idee.”
è tutto molto semplice, nella sostanza: anticapitalismo, perché il capitalismo è contro la vita, ovvero contro il principio che hanno chiamato l’umano. si va di boicottaggi e consumo critico, perché il nostro essere è essere consumatori, e non può essere che quello il terreno su cui tentare una forma di resistenza. nel sistema capitalistico tutto ha un prezzo, e niente un valore. si è talmente abituati a quantificare che non si vedono più i colori, le calligrafie, la differenza tra una mela e l’altra, neanche a scandagliare tutto un container. tutto merce, è stato spiegato bene. anche il lavoro, anche la fatica, anche i corpi. anche i corpi mentre non sono al lavoro, nei momenti in cui mai si penserebbe di essere parte del gioco del quanto costa. la lettura interessante di ieri, walter benjamin che sostiene il capitalismo come religione. un’ipotesi che non viene spiegata, che a me pare evidente tanto quanto il terrorismo pieno d’amore di savinkov, o il sentimentalismo dei socialisti rivoluzionari russi, e degli esistenzialisti francesi per il comunismo, o la rivoluzione, o la rivolta. non andava spiegato. la religione di oggi è unica, ha assorbito anche le altre, e si chiama capitalismo. leggendo sovrappensiero possono trovarsi delle punte di chiarezza, quelle ripulite a fatica dagli studi e dalle pretese di correttezza formale, da sempre la parte che preferisco di questi pipponi kierkegaardiani (cit.). si trova in una recensione un estratto del testo di benjamin:
1. Il capitalismo è una religione totalmente cultuale. Non c’è dogmatica e non c’è teologia: ogni sua manifestazione si riduce all’esecuzione di un culto (ovvero di una serie di azioni simboliche).2. Il rito del capitalismo è senza termine. Non esiste riposo perché non esiste separazione fra la sfera religiosa e quella laica: non c’è giorno feriale, nel calendario capitalista.3. Tale culto non offre redenzione (e nemmeno consolazione): si avvita semplicemente su sé stesso producendo Schuld – una parola tedesca che significa sia “colpa” che “debito”, e sulla cui ambiguità ruota gran parte dell’analisi di Benjamin.4. Il Dio del capitalismo è un Deus absconditus per eccellenza: siccome non c’è redenzione, la divinità è spinta eternamente lontano, eternamente al limite: la sua visione e la salvezza non sono dunque contemplate.
azioni simboliche. la preghiera del mattino di hegel, ma anche le concrezioni sociali, tutte. non va spiegato. ogni azione periodica è cultuale, è simbolica ma non rimanda ad altro: non può contenere il germe dell’ulteriorità perché il capitalismo – dice benjamin – è una religione senza teologia. nell’assenza di dogmi sta l’infallibilità della nuova religione, perché senza un contenuto il tratteggio libero diventa portante. l’argomento è la forma, il simbolo che basta a se stesso. – taglio la digressione sulla svolta ebraica di un francofortese, perché voglio restare nel sovrappensiero. – il culto è spaventoso, sempre: il rituale è meccanico, deve essere riconoscibile, bisogna dare nomi alle funzioni, un simbolo per un nome e un rito per se stesso. non serve coscienza, né sentimento religioso. né sentimento, e basta. si azzerano fede, orizzonte, prospettiva, dubbi. si è scoperto che il rito è sufficiente per il mantenimento del sistema, e non serve altro. uno che si alzi in mezzo alla messinscena chiedendo di poter credere sinceramente verrà allontanato. dio è talmente lontano che solo l’invocarlo diventa stigmatizzante. lo schizzo di benjamin è profondo e chiaro, e si sovrappone facilmente a tanti fenomeni. il consumo di merci, il consumo di tempo, il consumo dell’altro. la stretta di mano, sto bene grazie, prego, lo voglio, ti amo, basta, ti voglio, per favore, mi manchi. si può averne coscienza oppure no, ma a rifletterci sembra anche questo un rituale dei più spaventosi. il capitalismo della curva ormai discendente porta con sé quella che sembra la legittimazione del culto senza dio: non c’è neanche più bisogno di raccontarsela, per essere gente di chiesa. si fa perché si deve, perché piace, perché si vuole farlo, e basta. che ti metti a chiedere dell’esistenza di dio che neanche nelle bettole di pietroburgo a fine ottocento, che vai cercando, non vedi che si vive tutti bene così. prima o poi ti stroncheranno le gambe, e ti accontenterai di un posto comodo alla funzione religiosa. allora avremo tutti meno problemi, che stanno lì solo a togliere tempo all’evoluzione.
“Per noi ci vorrebbe qualcosa di più piccolo,
qualcosa come un tango…”
Non ce la faccio più,
ma lo porto lo stesso.
Vorrei scrollarmelo di dosso,
ma so
che non lo lascerò!
Gli archi delle costole non reggono al peso.
Scricchiola la cassa toracica per lo sforzo. (V. Majakovskij)
ecco! che le scarpe battano rumorosamente perché non si pensi che non c’è stato nessuno, meglio ancora sarebbe lasciare graffi sul pavimento, non ci interessa chi passerà a pulire. e che ogni sintomo di realtà sia soltanto un errore dell’attore, di quelli tanto stupidi da riuscire a imbarazzare anche un pubblico male informato. ah, che spettacolo il tango signora mia. divertente, tecnica sopraffina, roba da filmare e lasciare impressa per quando ci si sente felici, che almeno ci si ricorda di quanta pochezza, in moneta di verità, sta in quella felicità così poco affascinante. e se la bellezza fosse altrove, invece. tentiamo, almeno a chiacchiere. se fosse proprio nella cura di non lasciare segni per terra, nel mostrarsi con evidente imbarazzo eppure così, brutti e pesanti. ecco, le tegole di un tetto costruito sopra a una struttura di artifici, ma con volontà e impegno tanto sinceri da provocare la pietà di chi passa nelle vicinanze (guarda, quello si è costruito un tetto senza casa). se fosse qui la bellezza, allora sarebbe, che sarebbe? lo stesso un circo, soltanto un po’ meno divertente, silenzioso, senza tendoni a strisce e mostrine sulle giacche? saremmo, tutti, uno spettacolo altrettanto insignificante ma meno carino, un po’ spento, con una regia scadente e attori che pensano veramente di essere dentro i gesti del teatro? si chiama schizofrenia? poco importa, comunque sarà classificato in qualche manuale, questo. segno che una parte di umanità si ritrova così, non sarà tutto un enorme errore collettivo. la bellezza signora mi sa tanto che non apprezza la vicinanza degli imbellettati, non vorrei giudicare così, senza sapere che ne pensa, ma fossi in Lei mi vergognerei di passare al fianco di una scatoletta di brillanti, ben sapendo che di quelli si conosce il prezzo. e il valore di niente, giusto. e nella mediocrità meno originale, lì può starci della bellezza? sarà più felice a guardare un gruppo d’inglesi divertiti e ispirati nel mezzo di un safari ben organizzato o si fermerebbe a guardare dalla finestra di un appartamento appena fuori le mura di una città deserto, a metà pomeriggio, un anziano solo che si osserva allo specchio con la poca luce che resta del giorno? basterebbe capire i bambini, per saperlo. ha mai cercato signora di trovare un senso, fosse anche un segno a matita e niente altro, a un peso che ha costruito da sé? poi ci si ritrova a tentare una ridicola mappatura della bellezza, con l’unica speranza di non far cadere per terra l’ultimo vaso di fiducia che resta sullo scaffale. e tenga a mente questo: c’è da conservare sempre un certo timore verso l’improvvisa attrazione per le finestre chiuse, che lo spazio di una gabbia toracica è sempre almeno il doppio di quello che va a perdersi oltre i vetri.