resti.

sembra che la mia vita non sia del tutto la mia. o che non sia del tutto me. in alcune occasioni sarei certa di sapere che sono altrove, rispetto a dove mi colloco. come se quell’insieme di nervi e giunture e ossa e carattere e sentimenti che dovrebbe essere la mia vita aderisse a qualcosa che non sono io, non in quel momento almeno. la tua vita, al massimo, sarà sicuramente la risultante di scelte e circostanze fatte o subite, questo è certo, o almeno in una qualche misura qualunque valida. ma che la tua vita aderisca sempre perfettamente all’abito del suo corpo questo no, non credo sia così scontato. per esempio sei con qualcuno, seduto al dato tavolo del locale che conosci meglio e stai parlando con coscienza di quanto avete da dirvi; non dico che la tua coscienza si trasferisca altrove, questo sarebbe ridicolo; dico che per qualche momento la tua coscienza può essere sola. in realtà, a essere solo è l’altro soggetto: quello che resta, la restanza, quello che sfugge alla ciclità della ripetizione come quello che avanza, letteralmente. quello che resta sei te, sono io. oltre la vita.

una vita lasciata sola, a governare i risultati di vicende dimenticate che a difficoltà, ormai, si riescono a mettere in discussione. il malessere che mi causa quel lenzuolo arancione, frutto abbastanza diretto di un istante in cui, entrando in una delle ultime mercerie survivor della conca dei dolori, ho deciso di comprare un cazzo di lenzuolo arancione perché mi serviva un lenzuolo. una serie di centinaia di scelte simili, come anche ogni mancata scelta e ogni scelta subita hanno costruito pezzo a pezzo quello che stai guardando ora. quante di quelle cose sono uscite dal tuo controllo, ormai? da quanto tempo quello che vedi non ti piace più come allora? è la tua vita, ovvero la tua vita passata. la tua vita non coinvolge il futuro, se non per assicurarsene l’esistenza, quale che sia: è comunque la vita. te, invece, guardi al futuro con la stessa forza con cui fuggi al presente, da quel punto nello spazio che è tremore, panico, meditazione, preghiera. o almeno, così si dice si possa essere “presenti” a se stessi, cioè nel punto presente della propria vita. ma è l’ignoto e quello in corso e la combinazione di quello che verrà, a dare un’identità mutevole ma identica alla vita. a volte può capitare, di non riconoscere la propria stanza. come può capitare di non poter accedere a certi ricordi che c’erano di sicuro. è il futuro che tira verso di sé. o il presente che rifiuta se stesso.

 

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Esercizio logico-politico senza pretese: Le tigri di carta

Assioma 1: Un proverbio cinese definisce l’azione di certi sciocchi dicendo che << sollevano una pietra per lasciarsela cadere sui piedi>>. I reazionari di tutti i paesi sono degli sciocchi di questo tipo.

Assioma 2: Tutti i reazionari sono tigri di carta. Apparentemente sono terribili, ma in realtà non sono poi tanto potenti.

Definizione 1: Reazionario (/re·a·zio·nà·rio/, aggettivo e sostantivo maschile). Dichiaratamente favorevole al ripristino di un assetto sociale e politico storicamente superato, decisamente ostile a qualsiasi spinta o tendenza innovatrice e progressista sul piano politico-sociale.

Definizione 2: Progresso [pro-grès-so]. Avanzamento della condizione umana verso un’ideale perfezione materiale e spirituale: il p. dell’umanità. || Miglioramento delle condizioni di vita di una civiltà, in virtù del grado di sviluppo tecnico e scientifico raggiunto: il p. di una nazione.

Definizione 3: Interesse [in-te-rès-se]. Avidità, cupidigia, desiderio di guadagno, egoismo: agire per i.; fare un matrimonio d’i. || spec. al pl. Faccenda, affare, attività connessa con il tornaconto, spec. economico, di un soggetto: curare gli interessi di un’impresa,

Svolgimento delle inferenze: Tanto quanto quelli che si opponevano alla Rivoluzione Francese, sono reazionari gli individui ed i gruppi umani che rifiutano attivamente i cambiamenti di cui non possono conoscere l’esito (si escludono con ciò le cosiddette devianze, es. i fascismi, dinamiche sociali ricorsive, etc.). Sono reazionari senza stile quelli che attuano strategie di lotta e opposizione a qualsivoglia cambiamento non-giudicabile-negli-esiti, date le definizioni sopra, per il mantenimento di alcuni interessi particolari, perciò stesso certamente non volti al progresso sociale, ma eventualmente solo a un progresso personale o vertenziale. Sono reazionari senza stile e senza vergogna quelli che pur rispondendo chiaramente a definizione, per azioni e per morale, ammantano le azioni restauratrici di aspetti progressisti rubati ad esperienze che nulla hanno a che vedere col mantenimento dei propri orti recintati a spese della comunità.

Conclusione: Tutti i reazionari sono tigri di carta. I reazionari – senza stile e senza vergogna – che oggi sfruttano la superficialità del giudizio di alcune minoranze ideologiche piegando sentimenti perlopiù sinceri al perseguimento della restaurazione dei loro miseri imperi nel deserto sono tigri di merda.

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2019.

Chi lascia fare e s’accontenta è già un fascista, scriveva Pavese.

Chi ha lasciato fare, in questi anni – chi ha avuto gli strumenti per riempire il nulla di cui ora denuncia l’avanzata?

Chi è il fascista, già che vi piace tanto usare sti termini, più di quello che per tornaconto personale – sia pure spirituale – costruisce una retorica dalla voce grossa e insistente su premesse mendaci? Chi è più fascista di quello che per motivi ancora personali – vuoi anche sentimentali – porta l’esigenza di un conflitto al di sopra del bene comune? Il Vietnam!

Che significa fascismo? Di che parlate?

Possibile che vogliate per forza essere voi, i reazionari? Quelli che saltano a difesa di ogni resistenza al cambiamento, quelli che ancora pensano di poter parlare in vece “dei giovani”, quelli che avendone gli strumenti non gli hanno mai insegnato a parlare?

Ma che volete?

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La prima Blockchain, il sogno cripto-anarchico

Quando nel 2008 Satoshi Nakamoto annunciò la nascita di Bitcoin, il primo sistema di pagamento Peer to Peer completamente anonimo, sembrarono realizzarsi in un momento i sogni di tutti i chyperpunks e crypto-anarchists della storia. Che la crittografia sarebbe stata l’arma che avrebbe potuto indebolire i poteri governativi e istituzionali non era poi così certo, fino a quella e-mail inviata da Satoshi Nakamoto alla comunità di crittografi di metzdowd.com. Fino a quel momento, era chiaro che i limiti tecnici erano concreti tanto quanto la possibilità di incappare in problemi legali assai seri, come gli Stati Uniti d’America che ti fanno causa (accadde a e-gold nel 2008).

L’invenzione di Nakamoto, la cui identità è ancora oggi un mistero, sembrava rendere possibile quel lampo rivoluzionario di cui parlava il Crypto Anarchism Manifesto (https://www.activism.net/cypherpunk/crypto-anarchy.html) di Timothy C. May (1988):

Uno spettro si aggira per il mondo moderno, lo spettro del cripto-anarchismo.

La tecnologia informatica sta per donare ad individui e gruppi la facoltà di comunicare in modo completamente anonimo. Due persone potranno scambiare messaggi, fare affari e negoziare contratti elettronici senza neanche conoscere il Vero Nome, o l’identità legale, dell’altro. […] Questi sviluppi modificheranno completamente la natura delle leggi governative, l’abilità di tassare e controllare le interazioni economiche, la facoltà di mantenere segrete informazioni, e coinvolgeranno profondamente anche i concetti di fiducia e reputazione.

Il primo tentativo di sviluppare una moneta elettronica anonima risale al 1983, anno in cui il crittografo David Chaum creò l’ecash; da allora, il costante lavoro di matematici, programmatori e crittografi ha posto le condizioni tecniche affinché una moneta digitale anonima, non tracciabile e al di fuori di ogni possibile controllo da parte delle autorità centrali fosse finalmente possibile. Satoshi Nakamoto è stato il primo a concepire, nel 2008, una Blockchain: è qui che il concetto di reputazione sognato da May – quello che avrebbe sottratto ogni movimento e comunicazione al controllo – trova la prima applicazione realmente funzionante. Ed è qui che il recente sviluppo delle cripto-valute si lega strettamente alla filosofia politica degli hacker degli anni Ottanta, ai discorsi sull’etica dell’informazione di Julian Assange e al concetto di responsabilità collettiva che rende operativa la Blockchain.

La Blockchain è un record di dati, una lista potenzialmente infinita di dati criptati; è il cosiddetto registro decentralizzato su cui poggiano le principali cripto-valute ad oggi esistenti. E’ un dispositivo di cui si parla indistintamente in riferimento ad elezioni, transazioni finanziarie, trasporti marittimi, mercato immobiliare, mercatini moscoviti; una tecnologia che consente di decentralizzare funzioni essenziali come quelle di controllo e validazione senza la necessità dell’intervento di quelle “terze parti fidate” la cui “affidabilità” ha bisogno di essere – in via generale – accordata da un’autorità centrale. L’unico organismo di validazione, l’unico strumento di controllo ammesso all’interno della Blockchain è la stessa Blockchain, ovverosia l’insieme di tutti i nodi che convalidano la sussistenza della “catena di blocchi”. Il tutto garantisce per la parte, la collettività garantisce per il singolo. Quando avviene una transazione in Bitcoin, un software trasferisce la cifra x dal portafogli a al portafogli b, entrambi anonimi; affinché la transazione sia validata e quindi effettiva, un nodo deve risolvere un “blocco” della catena, operazione che garantisce della correttezza della transazione. All’interno del blocco sono impressi tutti i dati della transazione, ma anche tutti i dati relativi alle operazioni precedenti; risolvere un blocco significa convalidare l’operazione e cementare i dati all’interno della Blockchain. Questo vale per una transazione tanto quanto per l’archiviazione di dati sensibili, per la stipula di contratti (definiti smart contracts), per l’emissione di bolle di trasporto, per l’inserimento dei voti dei cittadini all’interno dell’urna elettorale; varrà forse un giorno per l’attribuzione degli alloggi popolari, per il monitoraggio della plastica negli oceani, per la regolamentazione dei fattori inquinanti nell’industria, per la trasmissione dei dialetti locali ai posteri, per le prove di accesso ai concorsi pubblici.

Ciò che rende la Blockchain argomento di interesse, in questo senso, è in primo luogo la decentralizzazione, la delega cioè di tutte le funzioni di controllo e validazione alla totalità dei nodi connessi alla Blockchain: la responsabilità del vero è condivisa; se un nodo inserisse all’interno di un blocco un’informazione non vera, il blocco manomesso avrebbe soltanto pochi minuti di vita, prima di diventare origine di un ramo morto della catena; gli altri nodi non validerebbero infatti i blocchi successivi, rendendo inoffensivo il blocco marcio nel giro di pochissime operazioni successive alla manomissione. Inoltre i dati – siano essi relativi ad una transazione in cripto-valuta o ad una corrispondenza privata tra capi di Stato – una volta impressi nel blocco, sono incancellabili e immodificabili: i cripto-anarchici avevano ragione, eravamo sul punto di permettere l’incontrollabile anonimato.

Lo Stato cercherà ovviamente di rallentare o fermare la diffusione di questa tecnologia, portando alla luce preoccupazioni per la sicurezza, per l’uso della tecnologia da parte di venditori di droghe ed evasori fiscali, e anche la paura per la disintegrazione della società. Molte di queste preoccupazioni saranno giuste; la cripto-anarchia permetterà il libero accesso ai segreti di stato e consentirà il commercio di materiali illeciti.

E’ forse ridondante citare, rispettivamente, i casi WikiLeaks e Silk Road a confermare la visione cripto anarchica. E’ forse invece in qualche misura edificante seguire la suggestione che indicherebbe la tecnologia Blockchain – in quanto ultima creatura della crittografia informatica – come attore di una rivoluzione sociale e culturale che potrebbe condurci alla “società anonima aperta” sognata e teorizzata dai movimenti hacker degli ultimi trent’anni. Dalla celebre e-mail di Satoshi Nakamoto i termini del discorso sono cambiati, ed il processo è irreversibile: non esistono limitazioni tecniche all’utopia cripto-anarchica; restano le leggi, restano le Autorità lese e restano i difetti dell’umanità a comprometterne la diffusione…ma finalmente l’utopia è tecnicamente possibile.

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ghezzi, tempo di consumo, video-cose

il tempo s’è contratto: come per quanto concerne gli spostamenti da un posto all’altro, così in quanto inerisce al consumo di produzione culturale, il tempo è accelerato. quando enrico ghezzi, in una di quelle che chiama video cose, esorta a vedere per la prima volta buongiorno di jasujiro ozu senza sottotitoli per poi far seguire la visione sottotitolata, invita il pubblico ad una attività di circa tre ore. la chiave è nel fuori sincrono, laddove la mala sincronia tra il concreto quotidiano e la vita spirituale va incontro alla scarsa armonia del mezzo “video-cosa”. ghezzi parla attraverso una sorta di video-saggio, spesso girato con mezzi e intenzioni sciatte, in fuori sincrono. le video-cose durano tra i sei e i venticinque minuti, ed introducono la visione televisiva di un film all’interno del programma notturno “fuori orario”. la video-cosa esige al massimo venticinque minuti a fronte di tutta una notte di programmazione di film, più o meno lenti, più o meno lunghi. orario improduttivo, la notte, quasi quanto il tempo impiegato nella visione di un film, nel consumo di letteratura, nella riflessione. siamo nella fascia oraria desincronizzata dalle attività produttive, a parlare lentamente, e quante volte si sottolinea la non liceità della video-cosa stessa!, su un mezzo velocissimo, di quanto seguirà in questa danza con il tempo singolare, improduttivo, ingiustificato. il disagio creato dalla video-cosa di ghezzi, noto a molti, sta nella violenza del passaggio dal giorno alla notte, che avviene qua quasi di soprassalto dopo una pubblicità. ghezzi parla per immagini, e conduce lo spettatore nel tempo del gioco: la sintassi cede il posto all’espressione, la comprensibilità al portato immaginifico delle parole. siamo in pochi attimi da un’altra parte dell’esistente.

bla, bla, tutto ciò per cercare di indagare se esista, e quale sia, la forma di produzione culturale adeguata al tempo generalmente produttivo del pubblico.

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